L’acqua è materia prima, per la sua trasparenza è vicina alla luce e all’aria nella condizione di sostanze apparentemente “immateriali” e intrinsecamente dinamiche.
Nella storia dell’arte l’acqua è stata usata come elemento fondamentale, come materiale in dialogo con la pietra, pensiamo al trionfo delle fontane, forma tipica della scultura barocca. Non è certo un caso che uno dei massimi studiosi del Barocco e di Bernini in particolare, Maurizio Fagiolo dell’Arco, sia stato tra i primi a scrivere di artisti come Pascali e Anselmo. E più avanti sarà Carolyn Christov-Bakargiev ad accostare l’arte povera al barocco, per la ripresa degli elementi naturali. Questo uso degli elementi naturali per la costruzione dell’opera d’arte è senz’altro comune ai due momenti artistici ed è, a mio parere, un fatto tipicamente italiano. Potremmo dire che in un certo senso l’arte povera agisce in direzione inversa rispetto al barocco: se nelle fontane romane l’acqua costruisce la scultura e l’architettura, gli artisti dell’arte povera riconducono l’opera alla pura presentazione di materie come la terra e l’acqua. Ma Fontana è anche il titolo del
ready-made di Marcel Duchamp che l’artista compra e rovescia, apponendo la firma R. Mutt 1917.
È stata la disponibilità di acqua per l’irrigazione dei campi ad aver consentito la nascita della civiltà. Se pensiamo a tutte le ultime opere di Pino Pascali il tema dell’agricoltura è dominante: i Canali d’irrigazione, una variante del tema del mare “intrappolato” in vasche di zinco riempite di vera acqua, sono quasi la necessaria premessa ai successivi Attrezzi agricoli che in un documento filmato sono anche direttamente agiti dall’artista.
L’acqua, elemento naturale in perpetua trasformazione, ricorre nel lavoro di Massimo Bartolini, nel ghiaccio che si scioglie; nello stillicidio di gocce che allaga il terreno intorno a una pallina da golf bianca; nella piscina agitata da onde che allagano la zona di confine dove nasce una risaia; nel progetto per una fluente via, una linea d’acqua che attraversa la città di Siena. La presenza dell’elemento liquido sottolinea la progressiva mutazione degli spazi, la fluidità dei passaggi. La risaia che cresce attorno alla piscina evidenzia il rapporto dell’acqua con il processo di nutrizione, l’acqua alimenta il riso che è alimento per l’uomo.
Il Gange è una divinità per l’Induismo e nella mitologia greca le Ninfe erano creature semi divine poste a guardia delle fonti d’acqua sorgiva. Il filosofo greco Talete aveva considerato l’acqua come l’origine di tutte le cose. E l’acqua compare già nel secondo versetto del Libro della Genesi, subito dopo la creazione del cielo e della terra: “In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”.
Nelle Sacre Scritture c’è anche la figura di Noè, che è in qualche modo un equivalente della figura mitologica di Poseidone/Nettuno e delle divinità fluviali. Poseidone, il cui nome significa sposo della terra, è il collerico fratello di Giove, che ha il potere di scatenare le tempeste in mare e che di questo potere si serve per vendetta, per esempio contro i Troiani, come leggiamo in Omero. Vive in una reggia in fondo al mare e percorre veloce le acque con il suo cocchio. La sua sposa è Anfitrite. Come tutti gli dei del mare possiede la facoltà di mutare forma. Noè è il patriarca biblico che Dio salva dal Diluvio Universale perché è uomo giusto, non solo, ma gli conferisce l’incarico di costruire un’arca per la salvezza delle specie animali, di cui Noè dovrà imbarcare una coppia per ognuna. Il diluvio inizia quando Noè ha seicento anni e dura quaranta giorni. Alla fine Noè lascia andare la colomba che torna con il ramoscello d’ulivo: a quel punto Noè e i suoi possono lasciare l’arca (che spesso viene rappresentata come un vero e proprio scrigno con tanto di lucchetto). Ma non si tratta di una storia che appartiene esclusivamente alla nostra religione: in realtà la narrazione di un grande diluvio appartiene a differenti popoli e culture. Nel mito greco per esempio Deucalione e Pirra sono i soli a scampare alla distruzione di tutto il genere umano. Anche loro trovano rifugio in un’arca. Ma ci son diluvi più antichi. Molti hanno segnalato il legame tra il Diluvio Universale e la scomparsa di Atlantide, vera o presunta che sia. Di questa grande civiltà sommersa e inabissata nelle acque il racconto biblico sarebbe il ricordo, la traccia mnestica. Anche la civiltà più antica, quella sumera, conosce un diluvio: l’eroe Gilgamesh (per due terzi divino e per un terzo umano), disperato per la morte dell’amico Enkidu, vaga alla ricerca dell’antenato Utnapishtim, il Noè della Mesopotamia, che gli dei avevano preso con sé dopo il diluvio, donandogli vita eterna nella terra di Dimnun, nel giardino del sole. Anche Utnapishtim costruisce una nave, anche la sua nave si arena su una montagna, anche lui libera una colomba. Il diluvio è universale perché la sua è una tradizione universale.
Il Taoismo cinese considera l’acqua uno dei cinque elementi fondamentali, insieme con la terra, il fuoco, il legno e il metallo. Nella filosofia greca, da Empedocle ad Aristotele, l’acqua era invece uno dei quattro elementi, insieme con aria, terra e fuoco. Ad essi Platone aggiunse un quinto elemento: l’etere. L’acqua è assunta inoltre in moltissimi culti come simbolo di purificazione e di rinascita: basta pensare al rito cristiano del battesimo; così come alle abluzioni prescritte dall’ebraismo e dalla religione islamica.
L’elemento dell’acqua è sempre legato all’idea di una genesi o di una rigenerazione, come nel Diluvio Universale. Anche il Battesimo è una rinascita e sulle rive del fiume Giordano anche Gesù lo riceve da Giovanni Battista.
Al centro dei miti sumeri sta la prima eroina della letteratura: la dea Inanna, Regina del Cielo e della Terra, dea dell’Amore e Stella del Mattino e della Sera. L’albero di Huluppu, piantato all’inizio della creazione sulle rive dell’Eufrate, viene sradicato dal vento e trascinato nelle acque del fiume, ma una donna, Inanna, lo prende: “Porterò quest’albero ad Uruk / Pianterò quest’albero nel mio giardino sacro”. Il recinto è la necessaria protezione per l’albero della vita, e al tempo stesso lo spartiacque tra stato di natura e stato di cultura. Ma il fatto più incredibile e affascinante è che nella lingua dei sumeri acqua corrisponde a seme. Il primo giardino è dunque, nella sua forma più elementare, un albero nel recinto. La vita nasce dal desiderio di congiunzione di acqua e terra. Proprio al tema del giardino è dedicata l’opera di Michele Guido. Il giardino in cui Guido ci fa abitare però è un giardino mentale, il giardino disseccato e sofisticato del pensiero, realizzato infatti non con la presentazione diretta dell’elemento vegetale, ma con quella indiretta della fotografia.
Nell’arco dell’ultimo secolo i consumi di acqua per abitante sono raddoppiati e ciò ha portato, con il contemporaneo fortissimo aumento della popolazione mondiale, ad un aumento dei consumi globali di acqua di circa dieci volte. L’acqua rischia di diventare in un futuro prossimo una grave causa di conflitti tra Stati.
Depurare l’acqua, filtrarla, renderla potabile è un’esigenza sempre più necessaria nel mondo contemporaneo. Ci sono artisti che hanno affrontato specificamente il tema del riciclo dell’acqua, come Lucy e Jorge Orta. Nella Chiesa di Buonconvento nel 2005 Alberto Garutti ha realizzato sulla parete della navata sinistra un’opera costituita da moltissime lampadine. Garutti (ricordiamo anche il suo progetto di un irrigatore-scultura) usa una tecnologia avanzata e sofisticata, ma dispone fili e lampade riecheggiando motivi decorativi della tradizione storico artistica e architettonica. Da qualunque parte del mondo, componendo un numero di telefono, si può accendere una piccola luce come segno di spiritualità. Il costo della chiamata viene parzialmente devoluto per depuratori dell’acqua nello Sri Lanka: “Questa opera è dedicata agli abitanti di questa città e a tutti coloro che anche da molto lontano, vorranno passare di qui solo con un pensiero”. Le opere di Garutti sanno restituire il senso dell’appartenenza alla comunità e tendere ascolto a bisogni e desideri dell’uomo. Un’opera dedicata all’acqua, primario bisogno, ma senza metterla in scena.
Un diverso atteggiamento viene proposto da Michelangelo Pistoletto, che con il suo tavolo Love Difference propone un modello di coesistenza pacifica: attorno a quello che è letteralmente uno specchio d’acqua in forma di Mar Mediterraneo si dispongono sedute delle più differenti fogge dei paesi che su questo mare si affacciano. Attorno a un tavolo si condivide il pane, si gettano i problemi su un tavolo e attorno ad esso ci si riunisce per dialogare e risolvere questi problemi attraverso il confronto.
Gli effetti del cambiamento climatico in atto sono una drammatica estremizzazione dei fenomeni atmosferici. Su questi temi gli artisti non devono dare risposte scientifiche o tecnologiche praticabili, non è questo il ruolo che spetta loro. Ci forniscono suggestioni, modelli, riflessioni, spunti poetici. Dacia Manto esplora la fragilità dell’ecosistema nel luogo di confluenza in cui acqua dolce e acqua di mare si mescolano. Planiziaria è un dittico video, girato nel paesaggio umido e denso di vapori del delta del Po. Ci immerge nell’atmosfera sfumata e pittorica della palude in cui cespugli, arbusti, giunchi, canne, licheni, forme di vita animali e vegetali convivono in una trasognata continua dissolvenza. Là dove acqua e terra si fondono.
Marinella Senatore ha indagato i serbatoi dell’acqua come presenze tipiche del paesaggio urbano di New York in modo molto diverso dall’evidenza plastica che i Becker avevano conferito ad analoghe strutture.
Renato Leotta traduce fenomeni ed elementi naturali nelle sue opere in modo poetico e minimale insieme. Fa rivivere la grande storia dell’arte italiana attraverso l’acqua delle fontane barocche evocate nei tempi della solitudine e del silenzio del lock-down. I monitor, a volte posati a terra, sprigionano una grande luce. Un lavoro complesso e sottilmente lirico, essenziale e minimo nelle forme e nel suo presentarsi, ma in realtà molto profondo. Nelle sue opere ci sono la traccia della misurazione delle maree; lunagrammi che registrano la luce lunare nei fondali marini e a Manhattan nel fiume Hudson con l’impronta della sabbia del fondale; orizzonti effimeri e precari disegnati dal sale… Leotta segue la processualità della materia nel suo divenire, sino a coglierne le più impercettibili manifestazioni, in sintonia con la lentezza dell’ecosistema di cui pure siamo parte.
Riduzione di mare del 2012 di Francesco Arena è una performance sull’idea di scultura, fatta di mettere e togliere: consiste in un blocco di sale, ottenuto facendo evaporare un metro cubo di acqua di mare, che viene sottoposto ogni giorno a un’operazione da parte di alcuni performer, uno dei quali legge una lista di persone morte nel tentativo di entrare in Europa, lista tradotta in codice Morse, mentre l’altro lecca il cubo di sale secondo il codice.
I film di Tacita Dean, rigorosamente in pellicola, “hanno una relazione con lo spazio e la scultura” ha detto l’artista. “È molto interessante che non funzionino al cinema”. Per Tacita Dean è molto importante il rapporto con il tempo all’interno del quale oggetti come il relitto di barca chiamato Teignemouth Electron vanno inesorabilmente verso l’obsolescenza.
Trasparenza e riflesso: sono i materiali stessi a comunicare a Vettor Pisani le modalità del rapporto con il mondo: lo specchio propone una continua serie di similarità, il vetro permette la visione di tutto ciò che è diverso e contiguo. La superficie del mare “limite equivoco, al contempo trasparente e riflettente” occupa giustamente un posto centrale in questa scena. La rarefazione e l’evanescenza del vetro è inquietante, tuttavia neanche il riflesso speculare è totalmente rassicurante. Ha scritto Gérard Genette che ciò che vede Narciso “è un’immagine sfuggente, un’immagine in fuga, giacché l’elemento che la sostiene e la costituisce è destinato per essenza a sparire. L’acqua è il luogo di tutti i tradimenti e di tutte le incostanze: nel riflesso che essa gli presenta, Narciso non può riconoscersi senza inquietudine, né amarsi senza pericolo”.
Anche il piano in vetro o specchio dei tavoli, su cui molto spesso si collocano le messe in scena di Pisani, allude dunque all’elemento principe della rappresentazione: l’acqua. Secondo Sandor Ferenczi l’essenza dell’atto erotico non è altro che la soddisfazione dell’istinto di ritorno alla madre e all’oceano, archetipo di tutte le madri. Non c’è bisogno dunque di sottolineare quanto adeguatamente l’elemento acqua sia posto a fondamento della scena di Edipo, figura-guida dell’opera di Pisani. Tornare nel grembo materno, come Edipo ha fatto, vuol dire “ristabilire l’esistenza acquatica all’interno della madre, umido e ricco di nutrimento. La madre… è in realtà il simbolo dell’oceano, o il sostituto parziale, e non il contrario”. Anche in questo caso si è dunque verificata quella che Ferenczi chiama, in un bellissimo libro, Thalassa, “inversione del simbolo”. L’acqua è anche l’elemento femminile: in una lunga serie di opere Pisani pone L’Isola dei morti di Böcklin alle spalle dell’ambigua coppia de Les caresses di Khnopff. Dalla parte di Edipo un terreno erboso, da quella della Sfinge acque cangianti che dilagherebbero se Edipo non le arginasse con il fianco.
Il teatro che Pisani ha edificato nel regno della fantasia è un teatro sospeso, un teatro sull’abisso. Sorge infatti sulle profondità marine e al suo interno si snoda un percorso iniziatico simile a quello di morte e rigenerazione della Nekyia. Paolo Santarcangeli ha posto in relazione il cammino della discesa agli Inferi (tanto praticato dai poeti) con le figurazioni analoghe della peregrinazione labirintica, dell’isola, della notte: “L’isola, circondata dalle acque perenni delle nostre profondità è un luogo di beatitudine; ma è anche una ‘dimora dei morti’ a cui si accede a rischio della vita, poiché ogni commercio coi defunti è una partita mortale, contenente una ‘purgatio’ che equivale ad una morte simbolica, talvolta mutantesi in morte ‘vera’, accettata per una suadente sommersione nell’atarassia”. Simbolo della traversata dei vivi e dei morti diviene dunque la barca, che Santarcangeli, richiamandosi a Bachelard, identifica con la culla e con la tomba, con il primo e con l’ultimo viaggio (“Bisogna guardare nella tomba come in una culla” diceva Savinio). La barca appare all’ingresso
dell’Isola dei morti di Böcklin, isola che in Pisani assume un esplicito riferimento alle origini adombrato nell’isola d’Ischia (ma in alcuni casi appare anche Capri). Quella barca che nell’ultima fase del lavoro di Vettor Pisani uscirà dalla bidimensionalità, per concretizzarsi nel nostro spazio insieme all’inquietante figura velata che da lì si erge.
La barca appare più volte nel lavoro di Jannis Kounellis, a partire da un annuncio, la foto scattata da Mimmo Jodice per il manifesto della mostra di Kounellis alla Modern Art Agency di Lucio Amelio a Napoli nel 1969. È l’immagine di una marina, dove l’orizzonte sfuma tra cielo e mare. Il fotografo è a terra, l’artista al largo su una vecchia barca, non è dato sapere se alla partenza o al ritorno, porta un cappotto scuro, come quello che poi sarà appeso davanti all’aurea parete di Tragedia civile (1975).
Sergio Risaliti ha messo in relazione questa melanconica fotografia con le immagini di Caspar David Friedrich e con la poetica del sublime. Il subime è ora sembra quasi dirci Kounellis con Barnett Newman… Tutta l’opera di Kounellis è incentrata sul mito di Ulisse e sul tema del nostos. Aveva intitolato un suo libro Odissea lagunare, gli avevo chiesto perché, mi aveva risposto: “Perché è doloroso”, il lago è una ferita aveva detto e aveva citato San Tommaso che vuol mettere il dito nella piaga del costato del Cristo. Nel 1993 alla Biennale di Venezia aveva esposto un gruppo di vele colorate e spiegate al vento. Nel 1991 aveva presentato a Metropolis, a Martin Gropius Bau a Berlino, i frammenti di una barca. “La barca di Metropolis è tagliata costruttivamente” dichiara Kounellis a Bruno Corà. In fondo è lo stesso discorso del corpo classico, apollineo, fatto a brani, è lo stesso discorso delle lettere: scomporre e ricomporre.
Il tema della barca è profondamente connesso a quello del naufragio. Su un piano inclinato in balia dei flutti si contrappongono due diversi movimenti, opposti e contrari, in basso alcuni corpi scivolano in acqua, in altro due figure si protendono in un estremo sforzo. È uno dei quadri più famosi di tutti i tempi, Le radeau de la Méduse, inizialmente intitolato Scène de naufrage. L’ha dipinto Théodore Géricault (1791-1824). Si tratta di un’opera ispirata a un tragico fatto di cronaca avvenuto nel 1816, ma di cui solo nel 1818 cominciano ad arrivare notizie. La fregata La Méduse aveva lasciato la Francia il 18 giugno del 1816 per il Sénégal con a bordo quattrocento uomini, ma il 2 luglio naufragava su una secca. Testimonia Alexandre Corréard, uno dei naufraghi: “dopo cinque giorni di inutili tentativi per riportarla a galla, fu costruita una zattera sulla quale vennero stipati centoquarantanove naufraghi mentre il resto dei passeggeri si precipitava nei canotti di salvataggio. Ben presto questi ultimi tagliarono i cavi e la zattera che avrebbero dovuto rimorchiare rimase sola nell’immensità del mare. La fame, la sete, la disperazione armarono allora gli uomini gli uni contro gli altri e alla fine, dopo dodici giorni di questo sovrumano supplizio, l’Argus raccolse quindici moribondi”.
Il mare più astratto è quello evocato più che rappresentato da Sandro Botticelli per la sua Nascita di Venere, dove la dea della bellezza, nuda, sospinta dai venti, solca le acque su una barca-conchiglia per essere accolta a Cipro da una figura femminile che le porge uno svolazzante manto-prato fiorito, mentre una pioggia di fiori scende lentamente su onde accennate come segnici accenti circonflessi (meraviglioso il testo e l’interpretazione del mio maestro Giulio Carlo Argan).
E intanto Giulio Paolini bambino ci guarda davanti al golfo della sua Genova dipinto da Corot…