Il cielo nel mare, il mare nel cielo

Le opere di Leotta scaturiscono da una lenta e prolungata osservazione di un luogo o di un paesaggio. Anche le forze della natura, i cicli lunari e degli oceani entrano prepotentemente nei lavori dell’artista che, spaziando dal linguaggio fotografico tradizionale al video, dalla pittura al recupero di materiali d’archivio, indaga i rapporti fra mare, cielo e terra nel tentativo di creare un possibile dialogo tra mondi reali e ideali. Nei lavori della serie “Multiverso”, ad esempio, lo spazio di una tela è divisa in una parte immersa e una emersa. L’orizzonte che divide queste due componenti fa eco alla pittura di paesaggio, quella delle vedute di marina, traslata nella sua forma più essenziale, ovvero la linea che divide il cielo dal mare: “Ho immerso un telo di cotone in mare in diversi momenti della fase lunare. Una volta asciugato il tessuto al sole, l’acqua evapora mentre il sale rimane, descrivendo una linea che racconta le differenti altezze della marea”. L’intuizione è quella di descrivere il paesaggio attraverso gli elementi stessi che lo compongono, in una fase combinatoria e paritaria tra opera e paesaggio o artista/opera e paesaggio. 

Il mare

Ho osservato, in quello che posso definire il mio lavoro, molte espressioni di questo ambiente sensibile: le altezze e le oscillazioni delle maree che cambiano per gravità, i disegni che il mare ritirandosi lascia sulla sabbia – in una soglia che non è ancora mare e neanche terra – le rifrazioni che la luce crea sui fondali, modulata dalle onde, che appaiono agli occhi come griglie di reti luminose che si rincorrono. Di seguito annoto alcune riflessioni che ho potuto indovinare in questo ambiente in continuo movimento che ci ricorda, nella sua semplicità, che la terra gira e che tutto si muove, che stiamo vivendo.

Lunagramma

Ho immaginato il mare come una camera oscura e la luna come l’obbiettivo di un ingranditore, le cui fasi – crescenti e decrescenti – determinano il flusso di luce che agisce e illumina in modo imparziale noi e tutto ciò che ci circonda.
Sulla superficie della carta fotonsensibile immersa in mare, la luce si deposita modulata e filtrata dal vento e dal moto delle onde, registrando così la traccia di un’immagine che descrive la superficie dell’acqua, come un calco in movimento, e che blocca quello che noi percepiamo a occhio nudo come un susseguirsi di linee e reticoli di luce che corrono lungo il fondale marino o sulle carene bianche delle barche ormeggiate sui pontili.

Il cielo è, perché il mare

Il Mediterraneo è una costellazione di fatti minori, una continuità di frammentazioni piegate a contingenze geografiche molto specifiche: il vento, ad esempio, agisce in un dato luogo sulle architetture e sul carattere delle persone che lo abitano, con la stessa intensità. Lungo la costa, un susseguirsi di questi caratteri unici e autonomi.

Il comune denominatore che abbraccia questo insieme di ambienti, unito da scambi e da migrazioni non è più il mare, ma il cielo. Un contraccolpo che ribalta il senso di un orizzonte e che fa di questi due ambienti fluidi un tutt’uno.

Il cielo è la grammatica con la quale è possibile orientarsi all’interno di un vettore di superficie (il mare). Questo è strumentale alle necessità meridiane di orizzontalità, di confronto o di misura. Il Mediterraneo è quindi il cielo che si eleva all’orizzonte su una superficie d’acqua.

Connesso alla terra da un fascio di luce, descritto dal signor Palomar di Calvino come una spada di sole che segue ogni bracciata del nuotatore, oppure la notte, immaginato dagli antichi come una navicella argentea che conduce, come uno stargate, in un tempo immortale.

Ondina

Osservando il fogliame di Posidonia Oceanica ho immaginato una comunicazione interspecie attraverso la relazione tra la pianta e un individuo. L’ossigeno che la pianta produce arriva in superficie è si trasforma nel fiato di uno strumento, per esempio un clarinetto.

Questa pianta endemica del Mediterraneo, verso la fine del periodo Cretaceo, circa 120 milioni di anni fa, migra dalle terre all’ambiente marino seguendo un percorso evolutivo che evoca le inestricabili connessioni tra la terra e il mare, si potrebbe immaginare come un’avventura? Una odissea primordiale.

Ogni segmento del fogliame è visivamente – osservandolo controluce – comparabile a un pentagramma e la pigmentazione che puntella il corpo del fogliame appare come un susseguirsi di note. La melodia ottenuta dalla traduzione della Posidonia è interamente determinata dalle peculiarità delle tracce presenti. Ogni singola foglia ha una sua particolare composizione, quindi una sua armonia, un suo tema.

In questo rapporto tra natura e musica, è possibile decifrare una partitura musicale inedita. Traducendo le piante raccolte e osservate in un viaggio di ricerca raccontato come un mare circolare: da Tunisi ad Alghero, dalle Baleari alle coste del sud della Turchia, da Procida a Beirut…

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