Attraversamenti nel sublime

“Nelle mie immagini cerco quello che troppo spesso ci manca nella vita di tutti i giorni: calma, spazi ampi, sorpresa, vera solitudine e, come compensazione, un’esperienza condivisa”.

Sincere, audaci, dirette, malinconiche mai algide, ma proprio per questo non meno perturbanti, le opere fotografiche di Elina Brotherus (Helsinki 1972) seducono e ingannano la messa a fuoco dello sguardo, innescando complessi dispositivi di comprensione che sottendono le immagini raffinate, graffianti e poetiche che l’artista finlandese costruisce con sapiente incisività estetica e perfezione tecnica, attivando in ciascun osservatore meccanismi di associazione e identificazione. Autentiche folgorazioni emotive, squarci inaspettati all’interno di una sfera emozionale e biografica evidentemente privata ma, al contempo, distante da qualsiasi cliché di ottusa autoreferenzialità, i suoi lavori esibiscono frammenti di vita in cui rispecchiarsi o su cui riflettere. La soluzione compositiva e l’uso della luce dichiarano la potenza evocativa di scene sobrie e rigorose in cui la combinazione dei piani e dei colori, prima ancora che l’equilibrio delle forme, rinvia a un pensiero fortemente pittorico, con richiami spesso all’Ottocento di Caspar David Friedrich e di Claude Lorrain. Ed è, in particolare, nella serie The New Painting (2000-2005) che l’artista ha indagato più da vicino il rapporto della fotografia con la storia dell’arte, guardando soprattutto all’iconografia della pittura classica. Nella restituzione e sintesi visiva, affidata alla mediazione della fotografia, è l’artista stessa quasi sempre a comparire, affrontandoci o mostrandoci la nuca (Rückenfigur), in un gioco di sguardi e di rinvii in cui le immagini diventano specchio di sé e dell’altro, aperture di significato e squarci verso l’ignoto. Eppure, It’s Not Me, It’s a Photograph ammonisce l’artista (Vienna 2018), suggerendo così di superare lo scivoloso e semplicistico inciampo determinato dalla immediata riconoscibilità del significante. Nei suoi lavori l’individuo ritratto, colto nella neutralità di essere umano, è sia modello sia spettatore, che osserva ed è osservato, che agisce ed è agito, che medita su di noi e con noi in una silente eloquenza che dice tanto dell’artista quanto dell’osservatore. Infatti, se Jean Baudrillard dichiarava “Il soggetto è un buon medium solo se entra in questo gioco, se esorcizza il proprio sguardo e il proprio giudizio, se gioisce della propria assenza”, in questo caso l’artista sceglie di diventare essa stessa parte del rituale, immergendosi pienamente nel gioco di sguardi e contro-sguardi e agendo, mutuando la terminologia di Roland Barthes, contemporaneamente come operator, spectator e spectrum. L’autoritratto, dunque, è usato dall’artista finlandese per costruire immagini che esprimono le questioni universali e metaforiche dei vissuti che investono sia il soggetto – dall’identità al corpo – sia lo spazio – dagli ambienti minimali e claustrofobici ai paesaggi ariosi.

“Ho iniziato subito a trattare temi personali: la morte dei genitori, il mio matrimonio e il mio divorzio. Eventi che accadono a tutti: perdiamo persone amate, ci innamoriamo e separiamo”, dichiara Brotherus, riferendosi agli albori di un percorso costellato da un’aderenza alla normalità del quotidiano e segnato da speranze, delusioni, frustrazioni, come il desiderio doloroso di maternità negata, confluito nei noti progetti Annonciation (2009-2013) e Carpe Fucking Diem (2011-2015).  

Di frequente il suo lavoro guarda alla relazione tra la figura umana e il paesaggio, costruendo nessi, corrispondenze, risonanze e rimandi. Silenzioso e intenso, nell’ambiente naturale ricorrono alcuni elementi che amplificano ed enfatizzano lo spazio, potenziando di significato la figura ritratta. Spesso nuda, ma scevra di qualsiasi valenza erotica, essa si pone in armonica contiguità con il paesaggio che l’accoglie e in cui ricorrono alcune presenze, tra cui le superfici specchianti delle acque ferme e riflettenti dei laghi, dei fiumi, delle piscine o quelle più mosse e agitate dei mari. Superfici osservate di persona o ammirate in un ambiente chiuso e nell’assorta contemplazione di un quadro che le ritrae, costruendo così un sofisticato esercizio metalinguistico e metonimico, prima ancora che metaforico. Attraverso la fotografia, Brotherus esplora le possibilità del proprio corpo come paesaggio, che rinvia al sentimento del sublime, alle vertigini che provoca la natura incontaminata (o presunta tale) degli scenari nordici. Un riferimento, su tutti, è Il viandante sul mare di nebbia di Friedrich, di cui riprende non solo la postura, ma anche tutti i molteplici e infiniti significati restituiti dalla rappresentazione dell’essere umano, con le sue fragilità, paure e angosce, sulla soglia di un universo possibile, in prossimità di un limite percepibile e dunque potenzialmente praticabile. L’esperienza percettiva, accettando l’azzardo dello spaesamento generato dal protendersi verso l’abissalità, vira dalla rassicurante e conosciuta dimensione del noto verso la più problematica dimensione del sublime. Come ricorda Immanuel Kant: “Il bello è limitato, il sublime è informe e illimitato, di modo che la mente alla presenza del sublime, cercando di immaginare cose che non si possono immaginare, prova dolore per il fallimento, ma piacere nel contemplare l’immensità del tentativo”.

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