Anno 999 d.C. Ben Atar, un commerciante ebreo marocchino partito da Tangeri, viaggia in nave verso Parigi con un carico di beni preziosi, due mogli, un rabbino e una cultura millenaria. La sua civiltà, quella mediorientale, è al massimo splendore mentre Parigi e l’Europa, che stentano a ritrovare l’antica grandezza, si consumano in una ormai logora presunzione di superiorità. Ad accogliere Ben Atar a Parigi ci sarà il nipote Abulafia, un personaggio dall’identità ibrida, ormai sedotto dai costumi occidentali ma pur sempre compenetrato nelle proprie tradizioni. La nave protagonista del Viaggio alla fine del Millennio di Abraham B. Yehoshua non ha mai smesso di risalire le rotte mediterranee verso l’Europa continentale, rinnovando a ogni viaggio i temi-archetipi del rapporto tra Medio-Oriente e Occidente. Non ci sono vincitori in questa storia: il custode delle tradizioni Ben Atar cerca di mantenere la rotta in un mare in tempesta nella speranza di trovare la salvezza alla fine del viaggio, tanto quanto il nipote è impegnato in una controversa integrazione a Parigi, mentre l’Europa non naviga certo in acque migliori.
Fluctuat nec mergitur, il motto dei marinai della Senna, diventato quello della città di Parigi, rappresenta una speranza universale. Afferma, in senso lato, la lotta per una sopravvivenza sia fisica che identitaria: la sua attualità così come le metafore visive che evocano i temi legati alla navigazione, alle tempeste, ai naufragi hanno ispirato in anni recenti diversi progetti artistici, come quelli potenti ed evocativi di Tacita Dean.
Accanto alla produzione di film, il fulcro espressivo della sua opera, Tacita Dean ha sempre praticato e frequentato il disegno che considera “il filo che connette tutto”. Nel suo primo studio alla Slade School of Fine Art in Woburn Square – proprio sopra al Warburg Institute, dove sono custodite le foto dei pannelli di cotone nero sui quali lo studioso tedesco elaborò il suo Atlas – individua quale supporto ideale delle sue creazioni il fondo nero di una parete o di una lavagna su cui disegnare con un gessetto bianco. L’opera è sempre concepita come una serie, ovvero una sequenza di riquadri neri disegnati sui quali si sviluppa un racconto espresso tramite immagini e annotazioni scritte. Questi ‘panel drawings’ – Girl Stowaway, Disappearance at Sea (I e II), The Roaring Forties: Seven Boards in Seven Days, Sea Inventory Drawings, Chère petite soeur – sono tutti legati al tema del mare, che ritornerà anche in seguito, quando Tacita Dean alla lavagna preferirà immagiti trovate, ingrandite, disegnate e usate come materiale campione per le sue photogravure, che le rende profonde e vellutate, simili a fotogrammi di un film. Si tratta sempre di inquadrature drammatiche e persino epiche, dove navi e marinai fluctuant nec mergitur: evocano degli storyboard dove l’artista associa al disegno appunti manoscritti che sembrano indicazioni per una successiva trasformazione filmica. Secondo l’artista la natura delle lavagne è profondamente connessa al mare. Il nero evoca l’abisso, come il disegno con il gessetto bianco la schiuma delle onde. Il nero è la profondità della nostra coscienza, il disegno la creazione che emerge fragile, insicura e impermanente come un vascello sbattuto dai flutti. L’artista cancella l’immagine sulle lavagne e vi ridisegna sopra, così come l’onda e la marea inghiottono e restituiscono. La cancellatura diventa elemento visivo, perché ciò che è passato rimane. Gli interventi ripetuti sulla lavagna rendono l’immagine stratificata e densa, un palinsesto: la visione non è più limpida, come quando l’obiettivo della telecamera è esposto agli spruzzi delle onde.
Le storie di mare di Tacita Dean sono romantiche, tragiche e divaganti come un libro di Herman Melville e, così come fu per Moby Dick, si ispirano a imprese eccezionali e al limite della follia ma realmente accadute. Come Girl Stowaway, un’opera composita – disegni, film, fotografie ecc. – dedicata a una giovane passeggera clandestina, Jean Jeinnie, che si imbarca nel 1928 per una lunghissima traversata che la porterà dall’Australia all’Inghilterra. La grande nave dove si nasconde, la Herzogin Cecilie, finirà tragicamente, molti anni dopo il viaggio della giovane avventuriera, naufragando. La Dean segue le storie della ragazza e della nave, metafore condivise sull’urgenza di partire – non importa se le motivazioni sono esterne o interne – per un viaggio pericoloso e dalle coincidenze rivelatrici che ci trasformerà.
Poseidone e tutte le storie di mare possibili
Place me on Sunium’s marbled steep,
Where nothing, save the waves and I,
May hear our mutual murmurs sweep…
Byron, Don Juan, Canto the Third “The Isles of Greece”
Alcuni anni fa, Tacita Dean si recò a Sounion in Grecia per cercare la firma che Lord Byron incise su una colonna del tempio di Poseidone che domina il promontorio. Troverà decine di iscrizioni graffite dai marinai sul monumento: per l’artista “they are evidence of an era of Romantic wanderings, sea voyages and a new affinity with the Classical Age”. In Lord Byron Died (un’opera esposta alla Biennale di Venezia del 2003), riproduce in sei fotografie in bianco e nero la memoria grafica impressa sul marmo di quelle navigazioni romantiche e mitiche.
Lo stesso specchio di mare di Sounion custodisce il contraltare tragico di quelle navigazioni: i fantasmi e le spoglie del peggior disastro marittimo del Mediterraneo, parto mostruoso della Guerra, che ancora oggi insanguina le acque del nostro mare. Il 12 febbraio 1944, 4000 prigionieri italiani che si erano rifiutati di aderire al nazismo o alla Repubblica Sociale dopo l’armistizio, viaggiano a bordo del Piroscafo Oria dai campi di internamento di Rodi verso i lager del Terzo Reich. Il piroscafo travolto da una tempesta si incaglia e naufraga nei fondali prospicenti il promontorio. Non sono prigionieri di guerra, non godono della protezione della Convenzione di Ginevra – sono IMI, ovvero Italienische Militär Internierte, “traditori” dell’ex alleato tedesco che non vengono riconosciuti nello status di POW (Prisoners of War) – e della Croce Rossa, non sono quasi nessuno, e la loro morte fu ignorata e non onorata per decenni. Solo gli abitanti del luogo, che salvarono i pochi superstiti e seppellirono i morti che il mare restituiva, per molto tempo non pescarono e non si bagnarono in quelle acque per rispetto ai caduti.
Ecco quindi che nello spazio circoscritto di un golfo greco sono racchiuse tutte le storie di mare possibili – quella mitica di Poseidone, quella romantica di Lord Byron e dei capitani di ventura, quella tragica degli uomini in guerra – e ne sono conservati i simulacri: le iscrizioni su un tempio e quelle su una gavetta sepolta nel mare.
Testo tratto da “La Rivista di Engramma (open access)” ISSN 1826-901X