I will go to paradise

Un mormorio lontano, rombo di flutti che si stagliano sul lembo di spiaggia ancora scoperta, impregnata di onde passate e in attesa di quelle future, rigata dai rifiuti umani e marini, che la solcano e seppelliscono a ritmi alterni. È il Mar Mediterraneo, culla di popoli e civiltà, luogo di transito, di partenze e ritorni. L’egiziano Youssef Nabil conosce bene questo corpo d’acqua, soggetto di molti dei suoi scatti, rappresentazioni visive del proprio mare interiore. È il mare fisico che lambisce in parte le coste dell’Egitto, è il mare emotivo della sua sensibilità e personale visione del mondo che lo circonda.

Artista, regista e fotografo, Nabil raccoglie nella sua produzione elementi profondi e viscerali della sua terra, paragonabili a forti e robuste radici. Sono proprio queste radici a caratterizzarne la carriera da fotografo, legandola indissolubilmente a un passato fatto di tradizioni e ricordi, talvolta dolorosi. Tali rievocazioni ossimoriche si possono rintracciare concretamente in alcuni dei temi ricorrenti per l’artista, quali l’esilio, l’infinita partenza e il conseguente desiderio di un ritorno, la nostalgia, il viaggio ultimo verso la morte. L’artista si avvale di una tecnica di lavorazione delle immagini che risale agli albori della fotografia: la colorazione a mano delle foto stampate. Così facendo si creano un’aura e una luce particolari che accompagnano e intensificano l’esperienza estetica di chi osserva queste opere d’arte.

Dopo aver conseguito la laurea in Letteratura presso l’Università del Cairo, Nabil comincia a produrre opere ispirate dal cinema egiziano e ad allestire set fotografici in cui poter ritrarre i suoi più cari amici, in pose e in scenografie che riportano alla memoria un Egitto dorato e sfarzoso, ormai troppo lontano dal presente da non poter essere ricordato senza una fitta di nostalgia.

Quando lascia l’Egitto, nel 2003, comincia a sperimentare l’autoritratto, mezzo che gli permette di imparare a conoscere un linguaggio nuovo, attraverso cui iniziare a narrare la sua storia, il suo passato e la sua condizione di esule per scelta.

Trasforma così il lasciare il Cairo, e il peregrinare tra Parigi e New York – le città in cui risiede stabilmente – nel lungo viaggio di un uomo privo di patria, ma allo stesso tempo devoto alla terra natale, tanto da ritrovarla sempre, negli angoli più nascosti di ogni città del mondo.

Distante fisicamente dal suo paese, il fotografo rivolge sempre lo spirito e lo sguardo verso l’orizzonte, cercando il suo paradiso perduto. Ritroviamo questa prospettiva visionaria nell’opera in quattro scatti I Will Go to Paradise (2008), con cui l’artista in prima persona si allontana dallo spettatore, fino a scomparire in quelle acque marine tangibili e allo stesso tempo oniriche, verso quel punto lontano e sfumato, rintracciabile nella forma del sole che si leva oltre il pelo dell’acqua.

Osservando la foto non si riesce a provare distacco o estraneità di fronte a questa scena: lascia trasparire con così tanta forza un bisogno intimo e un ricordo personale dell’artista che, a ogni passo verso l’orizzonte, diventa sempre più collettivo e condiviso. Chi guarda rimane colpito da quei raggi e da quell’uomo di spalle che non può essere esclusivamente Nabil. Chiunque avvicinandosi a quest’opera può leggervi un sentimento comune, rintracciabile nella malinconia, nel desiderio di un ritorno unito a un intimo sentimento di addio, paragonabile a un ultimo saluto prima di scomparire nelle acque ignote della morte.

Nabil, indossando una tradizionale djellaba bianca priva di particolari segni identificativi, appare come una presenza quasi metafisica al cospetto dell’immensità del mare, impreziosito dalla luce dorata che segna gli ultimi istanti del giorno. Solcando il suolo sabbioso in direzione dell’orizzonte, punto di fuga e metafora del suo scatto, l’artista indica un destino comune e ne traccia il percorso: come il giorno volge al termine, così la vita, e come anticamente si credeva che il mare potesse accogliere nelle sue profondità la palla infuocata del sole durante la notte, allo stesso modo l’artista mostra come anche il nostro corpo – nel fine vita – imiti questo ciclico passaggio, facendosi inglobare dal moto ondoso degli abissi.

Il mare, dunque, è tanto il soggetto quanto la chiave di lettura stessa di questo insieme.

Come afferma il Dizionario dei simboli di Cirlot, «il significato simbolico del mare corrisponde a quello dell’oceano inferiore, delle acque in movimento, elemento mediatore e di passaggio tra il non formato (aria, sostanze gassose) e il formato (terra, sostanze solide) e quindi, per analogia, tra la vita e la morte. Il mare, gli oceani sono considerati la fonte della vita e la fine della stessa. ‘Tornare al mare’ è come ‘tornare alla madre’, morire».

Il senso di questo polittico, quindi, sembra essere quello di un invito all’esperienza autentica della vita nella sua completezza, un’immersione all’interno dell’esistenza, paragonabile al mare, talvolta tumultuoso, ma non per questo meno affascinante. Non solo l’ammaliante bagliore della superficie, ma anche il coraggio di spingersi negli abissi.

Testo pubblicato nella rivista di arti e letterature arabe contemporanee Arabpop, autunno 2022

Facebook
Twitter
LinkedIn
WhatsApp

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *