Il mare è da sempre metafora di molte cose: il viaggio, l’iniziazione, il limite, il ritorno (si pensi a Ulisse o ai Diecimila), l’eternità, la madre, il grembo materno, la costante incostanza della natura umana. È da un lato l’immagine di una inumanità che ci attrae e dall’altro la barriera assoluta che ci separa dal mondo non umano. Si può leggere come rappresentazione dell’inconscio, in cui non esiste il concetto di tempo (ciò che giace al di sotto della superficie marina, il suo contenuto latente, è da sempre oggetto di speculazione e fonte di orrore). Come il negativo di una foto, il mare è una sorta di specchio in cui l’uomo scruta un’immagine dei suoi mouvements d’âme e uno schermo bianco su cui proiettare le sue paure e fantasie.
Hiroshi Sugimoto è noto per come, facendo leva sulle possibilità tecniche della macchina fotografica, riesca a rivelare aspetti del mondo fisico altrimenti invisibili ad occhio nudo. Il mare è un soggetto inesauribile, perché incarna il paradosso di essere sempre uguale e sempre diverso. Il concetto principe alla base dei suoi Seascapes è semplice e ben riconoscibile in tutta la serie. Dal 1980 Sugimoto fotografa cielo e mare in condizioni differenti in vari luoghi del mondo. Invece dell’esposizione lunga impiegata nella realizzazione dei Dioramas e Theaters, qui l’otturatore è in genere tenuto aperto per non più di 1/15 di secondo per non perdere la definizione delle onde nell’acqua. Il clima impone un altro vincolo all’artista che, lavorando all’aperto, si ritrova alla mercé degli elementi e deve attendere che si verifichino le condizioni giuste. Grazie all’uso di lastre negative di grande formato riesce a catturare un’insolita dovizia di dettagli e un’ampia gamma di tonalità, un aspetto del processo esaltato dalla ricerca estrema della perfezione nella stampa.
I Seascapes di Sugimoto riuniscono qualità dissimili in un’inattesa armonia. Ogni immagine è equamente divisa tra cielo e mare e questa simmetria orizzontale corrisponde al tema degli opposti declinato nella serie: giorno e notte, aria e acqua, ombra e luce, percezione e realtà, ripetizione e differenza. In alcune immagini (Tyrrhenian Sea, Conca, 1994, per esempio) le due metà sono in netto contrasto; in altre sono pressoché indistinguibili l’una dall’altra, come un test di Rorschach in cui è impossibile riconoscere quale metà sia la macchia d’inchiostro originale e quale sia la stampa. La stessa linea d’orizzonte, visibile ma inesistente, è un’illusione ottica che crea un’intersezione apparente tra due elementi che in realtà non si incontrano mai.
Questa congiunzione riflette la composita identità artistica di Sugimoto, in cui l’abilità artigianale tradizionale sposa il rigore concettuale. I Seascapes sono atti di osservazione, documentazione e classificazione che compongono un vero e proprio atlante di luce e acqua che si pone sulla scia delle tipologie di Bernd e Hilla Becher o di Uomini del Ventesimo secolo di August Sander. In linea con le radici concettuali dell’artista, i titoli delle opere sono fattuali e descrittivi, come voci di un’enciclopedia o di un archivio: sono indicati solo il nome del luogo e la data. È quasi come se Sugimoto fosse un naturalista che raccoglie campioni mettendoli sotto vetro. La serie è aperta, e tornando sul tema di tanto in tanto egli continua ad ampliare e arricchire la sua collezione.
I Seascapes sono stati paragonati alle massime espressioni dell’Astrazione gestuale americana, in particolare ai cupi quadri tardivi di Mark Rothko. Ma forse ricorda di più i Pagliai di Claude Monet il quale, dipingendo sempre e ripetutamente lo stesso soggetto, produsse una serie di tele luminose che erano anche uno studio sugli effetti della luce sulla nostra percezione della realtà oggettiva. L’acqua è incolore e trasparente per natura, e fotografare l’acqua è come fotografare la luce che quando è rifratta può sembrare chiara, torbida, opaca, sporca, viscosa, placida, densa. La luce è la sostanza di cui è fatta la fotografia, e in tal senso i Seascapes non sono altro che una prolungata meditazione sulla natura del mezzo.
“Il Mare e lo Specchio” è il titolo del poema di W.H. Auden che è una sorta di sequel poetico della Tempesta. Auden stesso definì l’opera come la sua ars poetica, un’apologia della sua arte poetica e un manifesto del suo credo artistico ed è questo che i Seascapes rappresentano per Sugimoto. A un tempo archetipici e particolari, concreti e ineffabili, mistici e fattuali, i Seascapes definiscono le coordinate della ricerca di Sugimoto sui limiti della rappresentazione, raggiungendo lo status di un sublime contemporaneo.